"Il Tesoro di Santa Rosa "


Viterbo, 2 settembre 2017 - 6 gennaio 2018

L’agiografia cattolica offre alla devozione dei fedeli un gran numero di santi morti in giovane età, “Mostrail cui passaggio sulla Terra ha però lasciato una traccia indelebile, sia pure per motivi diversi.
Questo è anche il caso di Santa Rosa da Viterbo, terziaria francescana, il cui decesso ebbe luogo il 6 marzo 1251, durante il suo diciottesimo anno di vita, il cui processo di canonizzazione incominciò l’anno stesso della sua morte – anche se, per la verità, non si è ancora finito di compiere, nonostante i numerosissimi miracoli attribuiti alla sua intercessione. I viterbesi, di cui Santa Rosa è patrona indiscussa, nutrono la speranza di poterla vedere definitivamente elevata all’onore degli altari durante il papato di Papa Francesco. Molti sono infatti gli atteggiamenti comuni all’attuale papa e alla giovanissima viterbese che li fanno ben sperare.
Vissuta in un periodo di fosche lotte politiche, ella si industriò attivamente per riportare la pace tra le fazioni opposte all’interno della sua città e nei comuni limitrofi; fu sempre attenta ai bisogni delle persone derelitte, povere, malate, diseredate, e svolse la sua opera caritativa proprio nei loro confronti senza risparmiarsi, nonostante la salute le mancasse. E in quest’opera indefessa sta proprio la grande attualità della Santa.

A lei è dedicata una pregevolissima mostra che è un po’ un miracolo in se stessa, per la rapidità e la maestria con cui il lavoro è stato svolto, e che è stata inaugurata il 2 settembre a Viterbo con una cerimonia d’apertura svoltasi nella chiesa a lei dedicata, proseguita con la visita agli attigui locali del monastero. Tra le autorità, presenti S. Ecc. il vescovo Mons. Lino Fumagalli, il sindaco Leonardo Michelini, la Soprintendente Alfonsina Russo, l’On.le Fioroni in rappresentanza di Dario Franceschini, Attilio Bartoli Langeli – Presidente del Centro Studi Santa Rosa -, Suor Francesca Pizzaia – Superiora delle suore francescane alcantarine custodi del Monastero di Santa Rosa -, P. Sandro Guarguaglini – Legale rappresentante e referente della Congregazione dei Religiosi per il Monastero di Santa Rosa.

“MostraLa storia di questa mostra incomincia lo scorso mese di dicembre, in occasione di un sopralluogo effettuato dalla Sovrintendente Alfonsina Russo (Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale). Di fronte alla bellezza della sala capitolare ma soprattutto del Refettorio del Monastero, viene presa la decisione di dedicare energie e ogni sforzo per restituire al pubblico questi locali. Il Monastero custodisce suppellettili di vario genere (testi manoscritto, ceramiche, oggetti di oreficeria, dipinti, etc.) non solo di preziosa fattura sotto il profilo artistico, ma anche in grado di aprire uno squarcio sulla vita quotidiana che si svolgeva nel Monastero ai tempi della vita di Santa Rosa e in epoca successiva.

Grazie all’entusiasmo dell’équipe della Sovrintendenza, alla sensibilità del Comune di Viterbo – sempre attentissimo quando si parla della “sua” Santa -, alla Fondazione CARIVIT, e a Banca Intesa San Paolo vengono stanziati dei fondi straordinari per il restauro e si mette in moto tutta la macchina organizzativa. Il bando esce lo scorso mese di aprile, i lavori appaltati in giugno, e la consegna a tempo di record il 24 agosto, per consentire l’apertura della mostra in concomitanza con i festeggiamenti di Santa Rosa, che hanno luogo il 4 settembre – data di traslazione della salma, avvenuta appunto il 4 settembre 1258. I festeggiamenti tradizionalmente si aprono ogni anno la sera del 3 settembre, con la processione della cosiddetta Macchina di Santa Rosa, una sorta di campanile alto 28 m, sormontato dalla statua della Santa – che viene rinnovato ogni 5 anni. Quest’anno, le celebrazioni si sono aperte un giorno prima, appunto con l’inaugurazione della mostra. Ma cosa può attendersi di trovare esposto in mostra l’appassionato che si rechi a Viterbo?

La Mostra è articolata in 4 sezioni:

  • 1) Opere destinate alla decorazione del monastero
  • 2) Vita di Santa Rosa e processo di canonizzazione
  • 3) Vita nel monastero
  • 4) Devozione popolare ed ex voto.

Il percorso parte dalla splendida teca in argento e bronzo dorato opera del Giardini“Mostra, teca che ospita il corpo della Santa. Rosa fu interrata direttamente, senza bara, in occasione della morte. Ma in occasione della traslazione il suo corpo fu ritrovato intatto, e quindi esposto alla devozione dei fedeli senza particolari precauzioni, al punto che i fedeli potevano toccarlo attraverso una piccola apertura. Nel 1921 fu effettuata una ricognizione del corpo, e il suo cuore, ancora integro, fu estratto e posto in un reliquiario d’argento. Attualmente il corpo riposa in un’urna di cristallo sorvegliata da un servizio d’onore.
Dal corridoio attiguo il pubblico verrà guidato alla sala capitolare passando per un ambiente con una scala in cui sono esposte una bellissima “Madonna del Latte” del Balletta (Francesco d’Antonio Zacchi), un artista quattrocentesco che per la stessa chiesa di Santa Rosa produsse anche un polittico, una Sant’Orsola opera di Bartolomeo Cavarozzi, una pala d’altare che raffigura la Madonna di Loreto e che è di scuola del Pomarancio e che potrebbe essere attribuita allo stesso Cavarozzi.
Nella Sala Capitolare trova posto una teca in cui sono esposti un frammento con la più antica biografia di santa Rosa, uno dei tre codici vergati per la canonizzazione della santa, e 13 Lettere Patenti dovute a tredici (su quindici) Comuni della Tuscia che avevano reso la loro testimonianza in favore della canonizzazione della Santa. I due comuni mancanti sono Orvieto e Tarquinia. Le tredici lettere patenti recano tutte il cartiglio e il sigillo in ceralacca ufficiale, e al momento sono i più antichi sigilli ufficiali di questi Comuni che siano noti. Tutti i Comuni (in realtà, anche Orvieto e Tarquinia) hanno testimoniato di contatti con la santa avvenuti post-mortem attraverso miracoli di vario tipo. Solo Vitorchiano e Soriano invece ospitarono la Santa anche durante la vita, quando lei e i genitori erano stati banditi da Viterbo. La stessa teca ospita tre storie di Santa Rosa (olio su rame), opera del Sabatini e ispirate agli affreschi che Benozzo Gozzoli aveva realizzato per la Chiesa adiacente (affreschi purtroppo andati perduti).

Dal Capitolo si passa attraverso una porta sormontata da una lunetta con la Madonna dei sette dolori, al Refettorio, il cuore del monastero. Qui si trovano affreschi di grande vigore e interesse, e alcune teche.
“Mostra Immediatamente sopra l’ingresso, la parete è affrescata con un’Ultima Cena, attribuibile ad artisti della scuola del Cavalier d’Arpino. Si possono notare alcune peculiarità. Intanto, l’asimmetria dell’architettura che alloggia gli affreschi, dove un medaglione laterale (quello del Cireneo che aiuta Gesù, mentre la Madonna sviene durante la salita al Calvario) è vistosamente più stretto dell’altro (Gesù in preghiera con gli Apostoli nell’Orto degli Ulivi), verosimilmente per adattarsi alle dimensioni della parete. Quello che stupisce maggiormente in questa composizione è però la raffigurazione di Giuda Iscariota, nella parte centrale. Infatti Giuda è completamente girato a guardare le suore nel refettorio, in una posa scomposta e accompagnata dal gesto del trenta, e offre le spalle a Gesù, al centro sul fondo del tavolo. In generale tutta la composizione è ricca di movimento, e il suo intento di edificazione nei confronti delle suore è più che evidente. La manifattura è particolarmente curata, e se si raffronta l’immagine che oggi vediamo con quella della stessa parete ante restauro non si può che essere grati alla Sovrintendenza per avere promosso questo recupero. Ancora più evidente è l’intervento operato sulla parete opposta, dove troneggia una Ascensione della Madonna in cielo dovuta a Filippo Caparozzi, uno dei più celebri allievi del Cavalier d’Arpino che ha operato nel viterbese.
Le teche al centro del Refettorio illustrano invece la vita quotidiana nel monastero: racchiudono registri contabili (testimoniano fra l’altro le spese per il polittico del Balletta, le spese per la tegola con la Madonna del Latte, e le spese per gli affreschi di Benozzo Gozzoli, nonché illustrano gli ampi introiti affluiti nelle casse del monastero in occasione del Giubileo del 1450) frammenti di ceramiche, vasellame, albarelli per sostanze farmaceutiche, una “Memoria antica” che illustra tra l’altro come Urbano IV avesse alleggerito la Regola originaria delle Clarisse che risiedevano nel monastero, consentendo loro la proprietà di beni (contro cui invece Chiara d’Assisi si era sempre battuta specificamente), una cassapanca con biancheria, inginocchiatoi, una Messa di Santa Rossa miniata dalle suore. Alcune ceramiche presentano decorazioni chiaramente ispirate alla destinazione ultima delle suppellettili (ad esempio, piatti con decorazione che si richiama al cingolo indossato dalle suore). Tra l’altro, i registri testimoniano come fosse usanza che il Comune di Viterbo facesse una donazione annuale al Monastero in cera in occasione del 4 settembre; questa tradizione è stata ripresa a partire dall’anno scorso, a testimonianza dell’amore del Comune per Santa Rosa.
L’ultima teca dà un’idea dei lavori di oreficeria eseguiti per il monastero: si tratta sia di opere locali che di importazione (prevalentemente dal Nord Europa). Le opere esposte sono quattro, tutte di estremo interesse: un lampadario probabilmente di bottega romana offerto dal vescovo di Cuzco, che testimonia la devozione per la Santa anche in Sud America, un ostensorio raggiato d’argento del Seicento con la raffigurazione delle Tre virtù Teologali, un ostensorio raggiato di manifattura francese di fine XIX secolo, e un ex voto del XVII secolo realizzato in argento e conchiglia (Nautilus), a forma di caravella. Di quest’ultimo, di squisita fattura, colpisce la evidentemente voluta sproporzione tra l’ancora e il resto della composizione: quasi a ricordarci che Santa Rosa costituisce una sicura ancora di salvezza durante le tempeste della vita.

“MostraL’ultima sezione della mostra è multimediale. Sono presentati sei ex voto recentemente restaurati col contributo della Carivit tra un gruppo di 41 ex-voto che erano già stati resi pubblici attraverso il lavoro di E. Rava e F. Sedda: 1) Priore ferito e domenicani oranti; 2) Uomo invoca S. Rosa per le anime purganti; 3) S. Rosa salva una donna caduta dal calesse; 4) S. Rosa salva una nave; 5) Un frate prega per un confratello malato davanti all’urna di S. Rosa; 6) Apparizione a una donna con la figlia malata.

Come si vede dalla rapida enumerazione che precede, si tratta di una serie di spunti di grande interesse sia sotto il profilo atorico-artistico, sia sotto il profilo spirituale e religioso. Per questo desideriamo testimoniare la nostra gratitudine alla squadra della Sovrintendenza che ha reso possibile a tempo di record questo recupero, e auspichiamo che l’eccezionale risultato che dimostra una volta di più quanto la creazione di sinergie sia positiva per la realizzazione di grandi opere sia di incoraggiamento per nuove imprese che ci restituiscano perle del nostro patrimonio, che altrimenti correrebbero il rischio di finire nel dimenticatoio.

Maria Antonietta Fontana